
È estate, amo l’estate. Mi piace il sole che scalda la pelle, le donne iniziano a spogliarsi, si intravede qualche bellissima figura da scrutare. Appaga la vista, i sensi: osservare queste presenze che si espongono a chi le incrocia.
Adesso sto camminando e mi compaiono le prime due figure: una lontanissima e una molto più vicina. Arriva la prima, alta, con le gambe lunghe fasciate in un pantalone molto aderente che disegna un bel culo, non perfetto, ma comunque un bel culo. Gambe nervose, sta correndo, pettinata, dritta, alza le braccia fino al viso. Ecco, un cesso anziano appena sorpassato. Un’altra bella ragazza, un po’ più piccola, sta passando nella strada di fianco.
Questo è il luogo in cui tutti si svegliano, tutti vengono a correre, tutti vengono a muoversi. È la fine dell’inverno, più che l’inizio dell’estate. Sta cambiando il nostro atteggiamento verso la stagione, verso il mondo.
Iniziamo a spogliarci, iniziamo ad accorgerci che il corpo è un po’ segnato dai bagordi e dall’immobilità dell’inverno. Dobbiamo prepararci per l’estate, tirarlo fuori, rimetterlo in ordine. Il mio, ormai, da uomo che ha fatto il suo tempo, non interessa più, ma tutte queste persone giovani che si preparano all’estate sentono il bisogno di muoversi e di mettersi in tiro, al meglio.
Alla fine, però, non conta chi osserva: conta riuscire a sentirsi a posto con sé stessi, soddisfatti di quello che si fa e di quello che si diventa.
Adesso mi devo fermare di nuovo: incrocio un’altra vecchietta con una borsa al braccio — bel modo di fare ginnastica, eh — che mi sfila di fianco. Mi tocca zittirmi, poi riprendo. Sta ascoltando la radio dal cellulare gracchiante, tenuto come un vassoio.
Ecco, un’altra incrociata, un altro cessetto. Vabbè.
Torniamo alla ragazza di prima, quella alta con le gambe lunghe e un bel culo, anche un bel seno sotto una maglietta a canottiera. Si intravede un bello scollo, belle braccia, magre, atletiche. Si intravede… penso sia naturale. Al giorno d’oggi non si sa mai se un bel seno è stato rifatto: non guasta se fatto bene, ma quando non è rifatto la sua fisicità è diversa, si muove, non è bloccato. Un seno naturale, nel momento in cui si muove, spallonzola da un lato all’altro del fisico. È un balletto naturale che è molto stimolante.
Lontano mi sembra arrivare un’altra bella ragazza, questa è alta, bionda. Ora mi tocca anche smettere di parlare perché mi sente, però non è un problema. È così.
I miei occhi si soffermano anche su questa figura: mi sbagliavo, non è più giovane. Tuta aderente, capelli biondi con spruzzi di grigio, fascia in testa alla Jane Fonda anni ’70, aria affaticata.
Torna la mia ragazza, scorre di fianco. Dicevo: i suoi seni, belli, pieni, con un andamento molleggiato sul busto. Il viso carino, capelli lunghi tirati in una coda, impegnata. Si vede che è piuttosto atletica, che si sta allenando non solo per dimagrire ma per mantenere in forma tutto il suo insieme. E così sono convinto che, nel tempo in cui io faccio un giro, lei ne fa tre. Ma io sono vecchio, lei è giovane e bella.
Ecco un’altra da lontano: arriva. Anche questa è alta, avrà trent’anni, trentacinque. Capelli neri, pantaloni neri da ginnastica attillati, scarpe bianche. Un po’ un cliché generico. Una di quelle magliettine sbrendellate che coprono le spalle e il seno, si appoggiano sulle tette e rimangono aperte sotto, senza elastico, lasciando intravedere la vita nuda. Quando sono un po’ più corte si intravede anche il sotto del seno. Una bellissima immagine.
Forse queste le hanno rifatte, perché sono un po’ ferme, non si muovono. Comunque, con gli occhiali da sole non capisco bene l’espressione del viso. Tutto sommato la figura è slanciata, bella, anche piuttosto sexy, ma non è una grande atleta: questa cammina per mettersi in mostra, per esibire il fisico. Probabilmente fa bene a camminare, ci fa un po’ di fiato, magari per notti folli o per essere in forma durante la giornata.
Ecco, sono passate tutte. Ma basta arrivare in fondo e piano piano la gente nuova arriva. Di solito arrivano a quest’ora: è già tardi, quindi persone che non lavorano o pensionati, perché chi lavora a quest’ora è già impegnato. È più facile trovarli la sera, all’ora di pranzo o all’uscita degli uffici.
Allora sì che ci sono frotte di persone che corrono e camminano. Ci sono anche gruppi di donnette tutte uguali, tutte insieme, forse con il giubbetto catarifrangente, che corrono dietro una pseudoesperta che le guida. Casalinghe disperate, penso io.
Vedo un’altra figura in lontananza: credo sia a un’andatura lenta come la mia, probabilmente un vecchio pensionato come me.
Comunque la giornata è molto bella. I miei cipressi, che mi guardano camminare da tanti anni, sono lì di fianco. Il giardino è stato sfruttato un po’ troppo: hanno piantato alberi in mezzo al verde, dove prima c’erano fiorellini gialli, viola, rosa. Adesso ci sono nuovi alberi con graticci che li sorreggono. Sono piccoli, più spessi. È diventato una specie di boschetto, secondo me senza senso.
Il bello di questo posto era il prato verde che in primavera si riempiva di margherite gialle e bianche, di fiori viola e azzurri.
Ecco un’altra. Donna parlante, al telefono. Non capisco come la gente, camminando, debba per forza chiacchierare. Deve sempre disturbare chi sta camminando, con queste telefonate. Non so come mai sentano il bisogno di condividere la loro miserabile vita di aspiranti camminatori con qualcuno dall’altra parte.
Questo succede adesso, sono le nove, le dieci. Ma anche la mattina alle sei: chi è il disgraziato o la disgraziata che a quell’ora ascolta le tue chiacchiere vuote invece di dormire, o magari fare altro?
Ecco altre due dall’altra parte della strada. Magliettina arancione, una parla al telefono, l’altra la segue. Una ride, l’altra annuisce. Sono quelle di stamattina: una parlava solo lei, dell’altro, del parcheggio, con atteggiamento di sfida. “Faccio qui, faccio là”, e l’altra “sì, sì, sì”. Classica coppia: una parla, l’altra subisce.
Saranno sui quaranta, cinquanta. Un’età in cui, se non hai qualcosa di tuo — presenza, armonia, carattere — puoi vestirti come vuoi, ma non aggiungi nulla. Una donna davvero bella, invece, anche con addosso uno straccio, resta tale.
E così è la vita: un insieme di situazioni.
Le macchine scorrono a fianco, veloci ma abbastanza lontane da non darmi fastidio. Ho quasi finito: saranno cinquanta minuti che cammino. Devo ripartire perché non mi sento bene: mi si chiudono gli occhi, mi bucano le pupille. Sono preoccupato per quello di destra: il sinistro ormai è andato, ogni tanto dà solo barlumi appannati. Il destro invece è tutto: con lui vedo, leggo, scrivo, dipingo, guido, osservo il mondo. Devo tenerlo, perché è uno solo.
Quando le cose sono due le sottovaluti, quando ne resta una capisci tutto.
Le mani… sto tenendo il telefono con la destra, la sinistra non aiuta più. Questo diabete mi sta uccidendo. È una malattia subdola, tremenda: passa inosservata, ti lascia vivere come vuoi, senza dolore, ma piano piano ti spegne. I capillari si chiudono, i piedi fanno male, le mani si gonfiano, gli occhi si affaticano. C’è sempre il rischio di un infarto, di un ictus, ma non lo senti davvero.
Un conto è il dolore, un conto è qualcosa che lavora sotto.
Ho sessantotto anni. Mio padre è morto a cinquantadue. Tanta gente è morta prima di me. Io sono arrivato qui: magari arriverò a settantacinque, ottanta, forse anche di più.
Ho fatto esperienze semplici, da persona normale. Non sono un personaggio, ma ho visto cose, ho viaggiato, ho avuto le mie passioni.
I miei soldatini: compagni fedeli per tutta la vita. Mi hanno fatto girare l’Europa, gli Stati Uniti. Mi hanno fatto conoscere, mi hanno fatto vedere cose bellissime. Ancora oggi mi danno soddisfazione.
E adesso scrivo. Ho trovato questo nuovo modo: registro mentre cammino, poi la sera riascolto e trasformo. E quello che scrivo viene letto, apprezzato. È una bella soddisfazione.
Quando diventi vecchio diventi trasparente. Nessuno sa più chi sei. Potrei sparire e nessuno se ne accorgerebbe. Ma adesso, finché scrivo, finché vedo, esisto.
Sono arrivato alla macchina. Direi che possiamo chiudere.
Attraverso la strada, sperando che nessuno mi metta sotto. Ecco un’altra ragazza che corre: pinocchietti stretti, coda di cavallo, corpo che si muove. Trentacinque anni, fisico normale, carina. Il viso da lontano non lo vedo: magari un cesso, magari una meraviglia.
Ma non mi interessa.
Mi interessa registrare le sensazioni, l’immagine che scorre davanti agli occhi. È bello.
E questa cosa può essere una ragazza, ma può essere anche un paesaggio, un castello, un quadro.

